viaggio

Come gechi, come omini di Escher
pallidi, tutti uguali, trasparenti,
salivano uno dopo l’altro
dai gradini d’una stazione metro.
Salivano moltiplicandosi incalzando,
come larve, come un’invasione.
Non so chi fossero. Io cercavo
solo di uscire, di andare al centro –
ma restavo in gallerie di marmo
sottoterra.
Una tricoteuse, guardiana di cessi
deserti, abbandonati: “Tutto chiuso”
diceva senza alzare gli occhi.
Avevo freddo.

Primo Maggio

Bui i corridoi del supermercato,
come certi negozi di Salerno
nel dopoguerra – solo una fioca
lampadina, se l’accende un cliente.
Due corsie di detersivi, assorbenti,
pannoloni. E nient’altro.
Solamente qualche verdura, quattro
radicchi appassiti, sporchi di terra,
e una lunga fila per le casse.

Mi sveglio, e la luce è quella stessa.
Il cielo annuvolato è così basso
sui tetti e sopra i tigli,
che non si sente un canto in mezzo ai rami.
È il Primo Maggio oggi.
Niente bandiere, garofani o cortei.
I supermercati sono aperti –
tranne quelli in disarmo
che stan mandando a casa i dipendenti.
Parte da Mestre un treno di operai
che hanno perduto il posto di lavoro.
Confidano nel cielo: vanno a Lourdes.

il sogno di Lilia

Te ne stavi su un muretto in sogno
accanto ad una chiesa.
– Che cosa ci fa qui, signor Jacopo?
chiedeva lei stupita.
– Mi riposo, dicevi.
– E come sta? riesce a camminare?
insisteva, chinandosi affettuosa.
– Sì,sì. Cammino. È che queste scarpe
sono troppo grandi. Le trascino
pesanti, flop flop, ad ogni passo.
E mi stanco.
Vada, lei, intanto, vada pure avanti.
Io mi riposo al sole ancora un poco.

insonnia

Ieri in sogno tentavo di dormire
– ero in un luogo spoglio, su una branda
in attesa dell’esecuzione. Il boia,
un ragazzo scuro, fronte aspra
di capelli, accesi come gli occhi
da mediorentale – ma forse
era un punico o un sannita –
mi offriva con gentile ruvidezza
due pastiglie grandi come ostie:
“Prendile, che ti fanno addormentare,
così poi la testa te la taglio
che non t’accorgi.” Ma niente,
non facevano effetto: restavo
bloccata sulla soglia del sonno
senza riuscire a scenderne i gradini.
“E che succede”, chiedevo, “se non dormo?”
“Te la taglio lo stesso!” lui rideva
fraterno e distaccato – ma era serio.
“Tienimi la mano”, gli dicevo,
e lui come fossi una bambina
me la stringeva, e intanto mi spiegava
come mettere il collo
perché riuscisse facile la cosa.
Aveva mani dure un poco rosse
da pescatore, le unghie nere
agli orli, scheggiate. Con fatica
continuavo poi a cercare il sonno
nell’aldilà del sogno
ancora sveglia, all’alba.