conversazioni

Ieri notte è stato per nove ore almeno
a enumerarmi i vari nomi dei demoni
su cui ha potere. Io “Hum” dicevo quasi in pianto
e “Va là, basta, va bene”, ma nessuna parola
lo frenava. Oh, è tedioso come un cavallo stanco,
come una moglie asfissiante, peggio
di una casa piena di fuliggine
– meglio per me campare d’aglio e formaggio
in un mulino a vento in capo al mondo
che nutrirmi di prelibatezze
in qualche bella villa di delizia
e aver costui che mi discorre affianco!

Shakespeare, Enrico IV I parte – a proposito di un tipo appassionato di cose esoteriche. Uno che si vanta che alla sua nascita la terra aveva tremato di paura:

Beh, così avrebbe fatto
anche se fosse stata la gatta di tua madre
a partorire in quel tempo, e tu non fossi nato.

– I cieli erano tutti in fiamme, la terra tremava …

– Oh, allora tremò per paura dei cieli in fiamme
non per paura della tua nascita.
La natura inferma spesso esplode
in strane eruzioni, spesso la terra gonfia
è punta e travagliata da una sorta di coliche
a causa del vento tumultuoso imprigionato
nel suo grembo, che cercando spazio
squassa la vegliarda terra, e butta giù
campanili e torri muscose. Alla tua nascita,
la nostra nonna terra, in preda a tale suo disordine
tremò per il suo male di pancia.

memoria di un aprile (Shakespeare)

Ho conosciuto un tempo in cui la gioia
godei d'una compagna di giochi.
Tu eri in guerra quando lei preziosa
rese la tomba, troppo orgoglioso letto –
Disse addio alla luna (che pallida si fece
al suo partire) quando ciascuna
di noi contava undici anni.

Tu parli dell'amore tra Piritoo e Teseo;
il loro è più fondato, maturo e stagionato,
più legato al giudizio, e il bisogno che hanno
l'uno dell'altro si può dire che annaffi
le radici intrecciate del loro amore. Ma io
e lei, sospiro nel parlarne, eravamo innocenti:
ci amavamo perché ci amavamo, e come gli elementi
che non sanno né il come né il perché,
ma compongono rarità stupende, così
l'una per l'altra noi. Ciò che a lei piaceva
io lo facevo mio, e ciò che no, senza altra
discussione ripudiavo; il fiore che io coglievo
e mettevo tra i seni (che appena cominciavano allora
a sollevarsi intorno al boccio) oh, lei lo sospirava
finché non ne trovava un altro uguale, e lo poneva
nella stessa cuna innocente, dove nel profumo
morivano, come la Fenice; ogni mia treccia
era suo modello; i suoi vezzi – graziosi,
anche se, magari, indossati per caso – li adottavo
a mio massimo ornamento; se il mio orecchio
rubava qualche musica nuova, o improvvisando
mormoravo una mia melodia, su quell'aria
il suo spirito indugiava, anzi vi dimorava,
e poi la ricantava anche nel sonno.
                                   Questo racconto,
che ogni innocente mite può capire, nasce
quale frutto spurio del fervore antico,
e dice infine che l'amore vero
tra due ragazzine può essere più intenso
che quello tra l'uno e l'altro sesso.

(Chi parla, rivolgendosi alla sorella Ippolita, l'amazzone sposa di Teseo, è Emilia, uno dei personaggi de "I due nobili congiunti" di Shakespeare e Fletcher. Questo pezzo si direbbe proprio shakespeariano, anche perché riecheggia la rievocazione dell'amicizia tra Ermia ed Elena, le due ragazze di "Sogno d'una notte di mezza estate").

il ladro

Non ti dolere più di quel che hai fatto;
spine han le rose, e i rivi argentei fango;
nubi ed eclissi macchiano luna e sole,
e vive il verme entro il più dolce fiore.
Tutti hanno pecche, e anche io –
che legittimo in metafore il tuo sbaglio,
corrompo me, la tua mancanza salvo,
scuso i peccati tuoi ben oltre il merito
dando alla colpa dei tuoi sensi un senso.
La parte avversa si fa tuo avvocato,
e innalzo contro me perorazioni:
tal guerra civile è in me tra odio e amore
che io son costretto a farmi connivente
del dolce ladro che amaro mi deruba.

Shakespeare, Sonetto 35

No more be grieved at which thou hast done;
Roses have thornes, and silver fountains mud;
Clouds and eclipses stain both moon and sun,
And loathsome canker livest in sweetest bud.
All men make faults, and even I, in this,
Authorizing thy trespass with compare,
Myself corrupting, salving thy amiss,
Excusing these sins more that these sins are:
For to thy sensual fault I bring in sense;
Thy adverse party is thy advocate,
And 'gainst myself a lawful plea commence:
Such civil war is in my love and hate
    That I an accessory needs must be
    To that sweet thief which sourly robs from me.

cose che succedono in Danimarca

Il re di Danimarca questa notte
la passa in veglia e fa grande baldoria,
beve e folleggia sconcio nella danza;
e ogni volta che vino giù tracanna
i tamburi e le trombe fan baccano
brindando alla salute del sovrano.

Non approva il nipote quell'usanza
che da ovest a est fa la vergogna
dei danesi presso il mondo intero
che li chiama beoni e puttanieri.
Ma che volete, Amleto è un puritano.

(si tratta di una traduzione letterale dall'Amleto, Atto I, sc.4 – tranne il primo e l'ultimo verso della seconda strofa)

la mano del tintore

Oh, per mio amore, biasima la  Fortuna,
la dea che ha colpa dei miei atti vili,
lei che non offrì di meglio alla mia vita
che mezzi volgari, che fan volgari i modi.
Da lì mi viene al nome impresso un marchio,
da lì che la mia indole è asservita, come
la mano del tintore, a quello in cui lavora:
abbi pietà dunque e voglimi guarito
mentre io, docile paziente, pozioni
berrò d'aceto contro la mia infezione:
non penserò sia amaro alcun amaro
né nuova penitenza, per correggermi ancora.
Abbi pietà, dunque, amico caro, e ti assicuro
che  la tua pietà già basta e già mi cura.

Sonetto 111

O! for my sake do you with Fortune chide,
The guilty goddess of my harmful deeds,
That did not better for my life provide
Than public means which public manners breeds.
Thence comes it that my name receives a brand,
And almost thence my nature is subdued
To what it works in, like the dyer's hand:
Pity me, then, and wish I were renewed;
Whilst, like a willing patient, I will drink
Potions of eisell 'gainst my strong infection;
No bitterness that I will bitter think,
Nor double penance, to correct correction.
Pity me then, dear friend, and I assure ye,
Even that your pity is enough to cure me.

corso prematrimoniale

Io, Rosalinda, sarò più gelosa di un colombo di Barberia,
più chiassosa di un pappagallo quando sta per piovere,
più bizzarra di una scimmia, più frivola di una bertuccia.
Piangerò per niente, come una fontana,
e proprio quando tu avrai voglia di stare allegro;
riderò come una iena,  e proprio quando tu avrai voglia di dormire.

Ma la mia Rosalinda è savia…   (cerca di obiettare lui.)

Sicuro! Se no, le mancherebbe lo spirito di fare così.
Più una è intelligente, più è intrattabile.
Chiudi sotto chiave il suo spirito e uscirà dalla finestra.
Chiudi la finestra, e uscirà dal buco della serratura.
Tappa anche questo, e se ne uscirà con il fumo dal camino.

Allora  (tenta di scherzare lui) un uomo con una moglie così,
griderà: "Spirito, dove vai spirando, spirito?"

Mah, meglio che tu tenga in serbo questo grido
per quando incontrerai lo spirito di tua moglie
in viaggio verso il letto del vicino…

E che scusa intelligente troverebbe in tal caso il suo spirito?

O benedetto cielo! Direbbe che stava andando lì a cercare te!
Non la coglierai mai senza una risposta pronta,
a meno che non prendi una moglie senza lingua.
Ah, una donna che non sappia scaricare la sua colpa
sulle spalle del marito, meglio che non allatti mai suo figlio:
alleverebbe uno stupido.

(Shakespeare: Come vi piace, atto IV, scena I: nella foresta di Arden, Rosalinda travestita da ragazzo finge col suo innamorato un po' tontolone, che non l'ha riconosciuta, di recitare la parte di quella che realmente è, e di volerlo dissuadere dall'amore giocando ironicamnete con argomenti misogini).

spazzacamini

Non hai più da temere il solleone
né le furie rabbiose dell'inverno,
è finito il servizio tuo nel mondo,
ora sei a casa, e hai avuto la tua paga.
I ragazzi dorati anch'essi andranno
tutti, come spazzacamini, nella polvere.

Non temere più l'ira dei grandi,
sei al di là degli oltraggi dei tiranni.
Non affannarti più per cibo e vesti,
sono pari per te i giunchi alle querce.
Scettri, scienza, farmaci, ogni cosa
seguirà questa via fin nella polvere.

Non temere più bagliori e lampi
né più i tremendi tuoni roboanti,
né le calunnie più né le censure:
hai finito con la gioia e con il pianto.
Gli innamorati lievi, e gli altri amanti
a te verranno, tutti, nella polvere.

Nessun esorcismo mai ti nuoccia
né di streghe ti tocchi più l'incanto
né ti inseguano più fantasmi inquieti.
Nessun male può sfiorarti ormai
che ti consumi piano nella pace –
né la tua tomba sia dimenticata.

Shakespeare, Cimbelino, IV,ii