Il fatto è che oggi è mercoledì,
siamo in agosto.
Sarà l’inclinazione della luce,
sarà la posizione delle stelle,
che come una musica o un profumo
risvegliano il tempo ormai perduto,
ma le ricorrenze sono fitte
di silenziose visite,
di approdi segreti,
di ritorni.

Come mi fossi trasferita
– non so per quale incantamento,
non ricordo se dopo un’eruzione,
un incendio o magari un terremoto –
in altro stato o in diversa regione,
vivo in una città che un po’ somiglia
alla mia, ma non è lei,
e mi illude,
mi conduce a vicoli ciechi,
a grandi slarghi di silenzio,
di estraneità, di esilio.

Nel fondo – non so se per imitazione
a causa dei neuroni a specchio,
o per altro mistero –
credo di essere morta.

Dovrei svuotare la casa
mi dico (anche tu lo dicevi
negli ultimi giorni), dare via
le mie cose, fare
tutto ciò che va fatto
dopo i funerali.
M’invento motivi razionali
per questo. Ma sospetto
che mi guidi quella volontà
che nasce in zone d’ombra, là dove
si prende tutto alla lettera.

sospiri

Mi scopro certe volte a sospirare
come le vecchie in nero dell’infanzia,
sedute col rosario tra le mani
e i pensieri divisi, a fare spola
tra i morti e i vivi…

Anche tu sospiravi ogni tanto.
Non per malinconia – tenevi a dire –
ma solo per mancanza di fiato.
Oggi l’aria è leggera, si sta bene.
Dorme il solleone, quieto
nell’ombra ventilata delle nuvole.
Non c’è un filo d’afa. Se sospiro
non è perché mi manchi il fiato.

post scriptum

La notte preludeva a questo giorno,
perno, come certi terremoti,
di un calendario del prima e del dopo.
Anche senza pensarci,
non posso fare a meno di saperlo.
Ma ci penso, ogni volta.
Solo che le cause in primo piano,
troppo note da sempre, molto spesso
si scartano per eccesso di evidenza.
Grondava la luna questa notte –
usciva dal ruscello e dal fango
della bambina Ofelia,
dal compianto della regina.

verso le quattro

Notte, le tre, quasi ormai le quattro,
e ancora non ho preso sonno.
Il vento certamente –
e il pensiero di te che a quest’ora
ti svegliavi, e giravi per casa,
ti accendevi la prima sigaretta
lavorando al computer. Ti chiamerei
con Skype – anch’io sono al computer
e la notte è esente dal tempo.
Poco fa i tigli agitati dal vento
facevano il rumore della pioggia
– c’è invece la luna là fuori,
l’ultimo quarto, lucido, grondante.
Forse è anche per questo che stanotte
non ho preso sonno – e ora
già canta un’allodola o un merlo.

Si liberano scaffali – e pensieri –
si riduce l’ingombro,
si sfronda, si cambiano orari
e abitudini e frequentazioni,
si sceglie
che cosa lasciare.
Di molto si può fare a meno.
O si deve (è il training chiamato
invecchiare). Non
rinunciare alla poesia
(si chiede).