Ogni mattino la diversa luce,
il più o il meno
di densità dei grigi, la forma
delle nuvole, il dilagare
dell’oro o della nebbia
sugli zuccheri del notturno gelo
o i teli radi o spessi della pioggia.
Ci si addestra a salire
verso la terza cantica
–  già si smarriscono i contorni
e quasi è ombra mentre sfuma
la terra, e tutto è cielo.

Inganna anche gli uccelli oltre che i fiori
questa lieta domenica di sole
e ne senti i ticchettii e i trilli
e i cinguettii dai pini e dagli allori
mentre cammini sotto i vecchi tigli
che buttano germogli alle radici
tra il giallo sparso a terra delle foglie.

Questa notte mi scoprivo in sogno
con i capelli corti e tutti neri
come a trent’anni. Ma questo
mi infuriava come un affronto,
un brutto scherzo, un tradimento
di un infido e balordo acconciatore:
una sventura
cui non sapevo come rimediare.

Hai un bel dire che sia illusione
il tempo: ugualmente ti scorre
sotto gli occhi e nelle ossa, nella pelle,
e infine riconosci
che tu sei nient’altro che il passato:
un fotogramma che già un poco sfuma
entro il sogno che sempre si trasforma
con chi vi emerge nuovo
dal sonno che tutti ci circonda.
Lasciarsi sorpassare è il solo modo
di giocare al futuro coi nipoti.

 

 

Ah, invecchio, invecchio! ormai sono finito,
dice l’anno: la vista mi si annebbia,
sono giallastro in viso e una per una
le mie bellezze vedo sparse a terra;
facilmente piango, o son sull’orlo,
e ho caldo e freddo nello stesso tempo:
fra poco, ahimé, sarò lungo stecchito.
Ma no, dai, non sei finito ancora:
un po’ di sole e sembri nel tuo fiore,
ti fan corteggio, vedi, rose nuove.
Non ti incupire, non è questa l’ora
per il lamento. Verrà dopo il peggio.