Questa notte mi scoprivo in sogno
con i capelli corti e tutti neri
come a trent’anni. Ma questo
mi infuriava come un affronto,
un brutto scherzo, un tradimento
di un infido e balordo acconciatore:
una sventura
cui non sapevo come rimediare.

Hai un bel dire che sia illusione
il tempo: ugualmente ti scorre
sotto gli occhi e nelle ossa, nella pelle,
e infine riconosci
che tu sei nient’altro che il passato:
un fotogramma che già un poco sfuma
entro il sogno che sempre si trasforma
con chi vi emerge nuovo
dal sonno che tutti ci circonda.
Lasciarsi sorpassare è il solo modo
di giocare al futuro coi nipoti.

 

 

Ah, invecchio, invecchio! ormai sono finito,
dice l’anno: la vista mi si annebbia,
sono giallastro in viso e una per una
le mie bellezze vedo sparse a terra;
facilmente piango, o son sull’orlo,
e ho caldo e freddo nello stesso tempo:
fra poco, ahimé, sarò lungo stecchito.
Ma no, dai, non sei finito ancora:
un po’ di sole e sembri nel tuo fiore,
ti fan corteggio, vedi, rose nuove.
Non ti incupire, non è questa l’ora
per il lamento. Verrà dopo il peggio.

La luce d’oro di queste mattinate
di primo autunno, tra il verde
ancora verde delle foglie nel viale,
ricorda i tardi pomeriggi dell’estate,
dicevo a una signora sconosciuta
per condividere tale meraviglia.
Ah, lei è molto romantica! mi ha detto,
con un sospiro che, forse mi sbaglio,
m’è parso quasi di compatimento.

Ah, dice una vecchia a un suo vicino
– tutti e due in sedia a rotelle –
mentre al bar sorseggia un cappuccino
godendosi il bel sole di settembre:
Voglio andarmene da questo quartiere:
è quieto e le case sono belle
né mancano negozi e anche giardini,
ma troppi sono i morti che ogni giorno
vedi affissi ai pali e in locandina.

Traduzione di traduzione: Katerina Anghelaki-Rooke

La bottega del barbiere
di Katerina Anghelaki-Rooke

Una rosa bianca,
la tovaglia del barbiere
intorno alla tua faccia
lucente come uno scarabeo
aggrappato ai petali.
I ritagli sparsi sul pavimento
erano i giorni in cui così tanto ti ho amato
mentre il garrulo
scultore di teste tagliava via
quanto il tempo aveva reso superfluo.
Ah! quella mano priva di scrupoli ti faceva
ancora più bello,
la curva delle sopracciglia più nettamente definita
e al di sotto la giada dei tuoi occhi,
i tuoi fiori, le tue labbra socchiuse.
La bottega mi si è impressa nella mente
in tutti i dettagli
e a poco a poco il niente
che sarebbe presto diventata la mia vita
senza di te
avanzava lentamente nel locale profumato.
Tu sorridevi nello specchio
e io andavo in frantumi
perché avevo te e ti avrei perduto
come la vita secondo i classici recisa
da un paio di forbici antiche.

Katerina Anghelaki-Rooke è una poetessa e traduttrice greca, nata ad Atene nel 1939.
Ho tradotto questa poesia dalla sua traduzione in inglese a cura dell’autrice e di Jackie Willcox, pubblicata  su The Guardian, nella rubrica “Poem of the Week”.

 

Per anni passandogli accanto
non avevo mai levato gli occhi –
e per la prima volta ieri
di là dalla strada lo vedevo:
un albero enorme, alto
più della maestosa chiesa:
portava i segni di vecchie ferite
in protuberanze necrotiche,
mostruose, simili a musi
d’oscuri animali, arsi, contorti
al modo dei corpi di Pompei,
e certi bracci s’erano tra loro
fusi saldandosi in anelli
come in cerca d’un rifugio.
Da questo dolore raggrumato,
salivano come da radici
fusti lisci, dritti, sani, belli,
svettando possenti, numerosi
come tronchi d’un aereo bosco
che si perda in cielo tra le foglie.