i poeti non muoiono

Ringraziamento

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Wislawa Szymborska
(da “Gente sul ponte”, in Vista con un granello di sabbia, a cura di P.Marchesani, Adelphi 1998)

La noia dei discorsi già sentiti,
delle ripetizioni e i copia-incolla
di analisi succinte e un po’ d’accatto
sull’universo mondo, con i buoni
e i cattivi ben distinti e le teorie
sui complotti e i disegni dei potenti,
sconfina a un certo punto nella rabbia.
Meglio la nebbia. Meglio le campane
della mattina e il fumo dei camini,
meglio un caffè in cucina con la musa
o il caro buongiorno di un’amica,
meglio le sere con i buoni libri,
e l’amore e lo studio condivisi
nei secoli per certi miei poeti –
e il sonno, che ci apre le segrete
in cui i morti s’incontrano coi vivi
rimontando i romanzi delle vite.

 

È venuta la nebbia ieri sera
a schiacciare il suo naso alle finestre
e dato che insisteva nel guardarmi
le ho aperto benché fosse molto tardi.
È rimasta un po' incerta sulla soglia
come avesse paura di sporcare
o di non essere più riconosciuta
né cara più, con quel suo vecchio viso.
Poi in silenzio mi ha lasciato fare
quando io l'ho cercata da vicino 
nascondendo la testa nel suo scialle.
Sapeva d'infanzia e lontananze 
e pungeva di freddo e mandarino.

Ho rivisto la musa – o l’ho intravista
tra i passanti di là da una vetrina.
Lei non m'ha  ravvisata, ma fingeva,
ed io dapprima ho distolto lo sguardo,
per non ferirla. Era tanto invecchiata.
I capelli per aria, da barbona,
borsa estiva sul cappotto fuorimoda-
– sono già venti inverni che lo indossa –
m’è sembrata lievemente zoppa,
e che sbandasse un poco anche, di lato.
Chissà quale sciagura l’ha ridotta
in tale stato – una perdita al gioco 
o, può anche darsi, l'aver dato
troppo credito ai poeti –
genia da cui c’è poco da aspettarsi.
O forse  è solo il peso millenario
degli affanni. In fondo anch’io,
che sono al di sotto dei cento anni,
quando mi scorgo dentro  una vetrina,
preferirei evitare di incontrarmi. 
Ma lei infine mi ha rivolto un cenno
un po' irridente di saluto e 
"Più vado avanti e meno ci capisco…"
mi ha detto in un sussurro, rassegnata.

Dove sarà la musa, in quali piagge,
sopra quali cocuzzoli inviolati,
sotto quali altri cieli, in quali rive?
Resta poco ormai da queste parti
che sia degno di lei, che non sia vile.

Soltanto forse il grigio celestiale
col disfarsi del sole e il tenue rosa
di una casa oltre salici di nebbia
– o nel pallore meridiano il volo
di un bombo nero, incerto di esser vivo. 

All'improvviso specie verso sera
sento ruotare forte le sue alucce
una cimice verde che sbatocchia
tra lampada e soffitto –
e mi fa pena, perché viene a volte
anche a me la stessa smania 
di sbattere la testa contro il muro.
Così aspetto che si quieti un poco,
poi la raccolgo piano su di un foglio
e la porto all'aperto sul balcone,
dove ci accoglie il buio senza pareti
e qualche stella, a sciogliere la pena.

Passano aerei luminosi e il vento
che scopre tra le nuvole irrequiete
il fermo buio del fondo,  e due o tre stelle.
Un ticchettio tra i rami, incerto, rado
come di pioggia, stacca qualche foglia
e si confonde coi passi  leggeri
di un cane solitario nella strada.
Mi richiama la notte sul balcone
e nel fruscio del suo respiro lento
resto in ascolto, spoglia di parole.