Le piantine a bearsi nella pioggia
con le foglie dei tigli, adolescenti,
e l’erba lucente e i bambini
con gli ombrelli – e noi a guardare
lo scorrere monotono ed uguale
delle righe lungo intonaci e vetri
a controcanto di pensieri tristi.

 

Massimo Bordin

Più tristi ci attendono i risvegli
nelle buie mattine  – quanto più buie
senza l’intelligenza, senza
la voce, la tosse, le pause,
l’ironia di Massimo Bordin,
senza il filo con cui legava
tra loro le notizie, senza
il dubbio con cui graffiava
le molte facili certezze.
Come orfani andremo,
tentando di tenerci alla sua via
– e nelle notti insonni
attenderemo le sue interviste
a san Pietro  – o a Minosse forse,
e ai dannati – uno “Speciale Giustizia”
in linea disturbata, discontinua,
dalle cavernose carceri di sotto,
superaffollate, senza luce.

Bolaño

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Scrivendo poesia nel paese degli imbecilli.
Scrivendo con mio figlio sulle ginocchia.
Scrivendo finché cala la notte
col frastuono di mille demòni.
I demòni che mi porteranno all’inferno,
però scrivendo.

(Roberto Bolaño, in Poesía Reunida, Alfaguara, Barcellona, 2018)

(Ci voleva la pioggia, le sue righe,
per tentare di tornare
a pensare di scrivere
– e almeno avviare i preliminari
inscenando un po’ di pulizia,
scopando la polvere e gli insetti,
sgombrando il piano della scrivania.)

 

Ai fiochi lumi delle quattro
nell’estremo fondo della notte
si alza la schiera brancolante
degli anziani
per raggiungere – tra le insidie
di infide ciabatte sonnacchiose
e di porte malchiuse –
i lisci bagni ostili
sostenendosi ai muri con le mani.