Avessi un buon pensiero nella testa!
Macché, solo miseri, modesti
pensierucoli, sciocchezze,
e quelli quasi buoni, sono falsi.
Vorrei fare silenzio, non pensare,
starmene a guardare solamente
i colori della bella giornata,
gli alberi, i cani, l’erba inzuccherata
e su in alto le scie degli aeroplani.

Impassibili alla pioggia due uccellini
– due tordi forse o addirittura passeri –
immobili stanno sull’antenna
insegnando a chi guarda la pazienza.
Chissà, forse stan solo digerendo
i peperoncini e la rossa batata
del mio terrazzino, su cui all’alba
hanno fatto non visti un’abbuffata.

Guardo la luna alta sul crocevia
dove spesso l’ho vista ritornare –
e mi ricordo di me,
come se fossi un’altra, una
persa di vista ormai da molti anni.
Forse anche la luna
non mi conosce più.
Devo rifare le presentazioni
invitarla a camminarmi insieme,
scoprire se di nuovo so parlarle,
se posso almeno un poco ritrovarmi.

I quaderni iniziati e abbandonati
le agende riservate a scritture
da venire e mai venute, gli appunti
senza storia, ripetuti,
i foglietti sparsi, confusi, le buste
con numeri a matita e scarabocchi
– da mandare al macero, prima
che con amarezza funeraria
lo facciano i figli, col rischio
di specchiarsi in tanta incompiutezza.

sogno

Weary with time – così cominciava
il sonetto che cercavo di ricordare
– ci avevo messo tanto ad impararlo
per far bella figura tra gli attori –
ma le parole mi si scomponevano
come tessere di un puzzle
di cui non rimaneva che l’impronta
del contorno sfocata sulla pagina.
E non c’è, non esiste, mai fu scritto,
pur se l’avevo mille volte letto.
Con gli anni si confonde la memoria
stanca, troppo stanca, ormai del tempo.