identità

A che pro vigilare sui confini?
I barbari già sono arrivati
a sradicare via gli antichi modi,
le usanze gentili, la bellezza
dei luoghi, a svuotare i paesi,
a sventrare i centri cittadini,
a spegnere i canti nelle vie,
a mutare in ghigni i bei sorrisi,
a imbastardire le dolci parlate
a spegnerne i guizzi, l’inventiva,
e a offendere nell’uso questa lingua
che fu in Europa fonte di poesia.

Sono nati da noi, tra noi cresciuti:
figli e nipoti di quegli italiani
che nei documentari in bianco e nero
hanno sguardi e volti e gesti
tutti ormai fuori circolazione,
quasi di un altro popolo – estinto,
scomparso dalla terra.

E (merde alors!) questi italiani nuovi
che a loro si sono soppiantati,
ignari della propria e di ogni storia,
stranieri alle loro stesse lingue,
vogliono difendere i confini
di questo paese imbarbarito,
diviso, senza sintassi e senza fede,
dagli immigrati – poveri al pari
degli scomparsi padri contadini,
cui somigliano, nei volti
nella magrezza e negli sguardi,
più dei figli e dei nipoti.

Ah. Questa gente nera, che viene
da odissee di terrori e di naufragi
e invisibili guerre e distruzioni
– che solo i nostri nonni e padri –
disperata e divorata da speranza,
irrompe in questa festa, sgangherata
già agli sgoccioli e al collasso,
come un’allarmante schiera
di parenti poveri – fantasmi
di un’identità negata, rimossa
e ancora troppo prossima
– la fame, gli stenti, la sventura,
la necessità che spinge
a sradicarsi e affrontare il mare
e il sale della terra straniera –
l’antica, minacciosa miseria
che fu sempre anche in Italia nera.

 

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