Troilo e Cressida (rileggendo)

Non è una tragedia.
Sopravvive Troilo, l’idealista
astratto, quello dell'”amore vero”
che non muta vedendo mutamenti,
faro che resiste alle tempeste

(così totale e incondizionato, così cieco
da resistere anche a ciò che vede?
Quando, in quale preistoria della vita
ne ha avuto cognizione?)
Sotto i suoi occhi la scena
presagita è troppo,
troppo simile al teatro e al sogno
per essere creduta. È vera
e non è vera. (Mentimi, ti prego.
Ti crederò, prometto.
Mentimi. Stammi accanto,
anche se il cuore è altrove…)

Sale dall’oscuro alle radici
dei sonetti e lungo il legno,
fino ai rami della scena teatrale,
questa linfa tenace di dolore.

Non muore Troilo. E nemmeno uccide
il rivale o l’amata. Cerca la morte,
infuria, ma non muore. Sopravvive,
nella città sventrata dai suoi lutti
che già dall’interno si disgrega
nel processo di morte – benché ancora
siano intatte nei bagliori della sera
le sacre mura, le colonne, gli archi.

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