consolazioni filosofiche (sempre ripassando)

Se annaffio le mie piante sul terrazzo
è solo per l’armonia prestabilita
che provano ristoro e rinverdite
buttano rametti e foglie nuove.

Capita poi a certune disgraziate
di non avere incluso nel concetto
il predicato di venir bagnate –
e muoiono di stenti sul balcone
di una monade che tra i suoi attributi
non possiede attenzione
e non le vede che saltuariamente.

Non è un dramma: è solo il poco male
del migliore possibile tra i mondi.
Venissero curate con amore,
ci troveremmo tutti in un peggiore
universo, con più male.

24 thoughts on “consolazioni filosofiche (sempre ripassando)

  1. Brian ha detto:

    Se annaffio le mie piante sul terrazzo
    è solo per dissetar le lanceolate
    foglie che poi consumerò in serate
    amene, sorridendo come un pazzo…

    Leibniz aveva previsto tutto, cara Ardie. Devi avere una visione del mondo più concatenata, avere ala percezione panteistica di trovarti ingranaggio in una macchina perfetta, chiamata natura. Le piante che hai fatto morire – certo inconsapevolmente – di sete, sono in realtà servite a decomporsi ed entrare nel ciclo del carbonio: nutriranno organismi, prima mono e pluricellulari, ma poi instetti, e poi altri animali nella scala superiore dell’evoluzione, che infine torneranno a nutrire noi umani. Il tuo non-geste, è stato in realtà un beau-geste. Bisoux!

    • anna setari ha detto:

      No, no, Brian, che dici! Io finora non ho mai fatto morire di sete le mie povere piantine: appena sveglie, io e la musa subito, per prima cosa andiamo a salutarle, a guardarle, a togliere le fogliette secche, a inumidire la terra – e mai la sera ci ritiriamo nelle nostre alcove senza essere state di nuovo un po’ con loro. Mi riferivo ad altre situazioni, ad altri terrazzini.
      Comunque, la morte va bene, fa parte del ciclo della vita e del suo rinnovarsi. Altra cosa, invece, è la sofferenza.

  2. Brian ha detto:

    Già, gran mistero, quello della sofferenza… Mysterium iniquitatis. In ottica anche meramente evoluzionistica, che senso ha la sofferenza? Perchè nell’economia dell’evoluzione è un “vantaggio” per la specie, un organismo che soffre fisicamente (non per una ferita da combattimento, ma per una malattia), ma soprattutto emotivamente? Perchè nella specie umana non hanno avuto il sopravvento soggetti che della sofferenza interiore non se ne fanno un baffo?

    E che dire della sofferenza, in ottica soprannaturale? Se ti va di approfondire la cosa, filosofeggiandoci sopra in ottica cristiana, ti consiglio questo link: http://mysterium.blogosfere.it/2006/02/il-misteryum-in.html

    Ciuss, baby!

  3. Brian ha detto:

    Anche questo link, dedicato all’ultimo scritto di Sergio Quinzio (un grande laico teologo “non teologo”, che ha molto sofferto moralmente in vita, da me assai stimato e purtroppo ingiustamente obliato troppo in fretta da una cultura frettolosa e just-in-time), è assai interessante e merita una lettura tua agostana non distratta. Oggi sono io che scelgo il cibo per te, cara! XoXoXo! http://www.piergiorgiocattani.it/Documents/quinzio1.pdf

  4. Giovanni Monasteri ha detto:

    Oh, qui si filosofeggia, in versi e in prosa.
    Confermo che ardie ha il pollice verde, il cuore tenero (almeno con le piante) e… e scarsa simpatia per la filosofia teoretica. Non so in che modo e perché quella massaia disattenta c’entri con la monade. Ma, se Anna ci mette la monade, certamente c’entra.
    Mi lascia un po’ perplesso la riflessione dell’amico Brian sulla sofferenza. La vita umana, l’umanità stessa è inconcepibile senza la sofferernza. Saremmo qualcos’altro, mon saremmo uomini, se non soffrissimo (anche per la nostra condizione di sofferenti che anelano alla perfezione, a un mondo senza sofferenza).

    • anna setari ha detto:

      C’entra, c’entra quella massaia (o massaio?) con la monade di Leibniz. Se ripassassi la filosofia, non avresti dubbi su questo.
      Mi permetto inoltre di dire che il tuo ragionamento sulla sofferenza zoppica alla radice, perché non è certamente una caratteristica solo dell’umanità quella di soffrire.

      • Brian ha detto:

        Ma io inizialmente ho posto la questione in maniera il più possibile a-religiosa: dal punto di vista e nell’economia dell’evoluzione darwiniana, perchè è “utile” che i soggetti vincenti la “struggle for life” debbano soffrire? Soprattutto soffrire moralmente, quando un parente muore, quando qualcuno ci offende senza motivo.
        La sofferenza non ha senso, a mio avviso. I soggetti vincenti dovrebbero essere dei ciniconi. Eppure questo “concetto evolutivo” è passato ed ha prevalso. Why?
        Spero di essere stato chiaro, scrivo mentre sto suggendo del rosè ghiacciato di un domaine de la cote sud. :-)

  5. anna setari ha detto:

    Infatti, Brian, sei stato chiarissimo – e del resto lo eri stato anche nell’altro, precedente commento (prima del rosè;-))). Il tuo quesito a me pare interessante.

    Non sottovaluterei la sofferenza fisica tuttavia: a volte paralizza completamente tutte le altre facoltà.

    Per tentare una risposta al tuo quesito: che dire? In fondo la sofferenza è il segno di un malfunzionamento di qualche organo o parte del corpo: in questo senso, può essere utile alla propria conservazione (se metto la mano o la zampetta sulla fiamma, il dolore fa sì che la tolga di lì prima che si incenerisca del tutto, per esempio), e questo spiegherebbe perché nell’evoluzione siano prevalsi gli individui sensibili al dolore. Come conseguenza collaterale di tale sensibilità, capita che altre volte il segnale sia inutile, perché dice solo che appunto si sta andando a male (e le endorfine naturali non bastano a tenere a bada il dolore).

    Quanto alla sofferenza morale, penso che anche quella spesso ci renda ottusi e talvolta crudeli. Tuttavia forse (pensando all’evoluzione) è una conseguenza collaterale della simpatia che ci lega agli altri attraverso i vari affetti, la dipendenza ecc. Siamo animali sociali, abbiamo bisogno gli uni degli altri ecc. Non potremmo vivere da soli e dunque quanto più forte è il legame che ci stringe a chi ci sta intorno tanto più possiamo riuscire a sopravvivere – e a vivere. Anche gli animali meno sociali del resto hanno almeno l’istinto materno: proteggono la prole che può sopravvivere solo grazie alle cure parentali – e soffrono nel vedersela strappare (o nel vedersi strappare alla madre).

    Poi capita che a volte si tratti di una sofferenza anch’essa dovuta a mal-funzionamento di qualcosa: una malattia insomma (come sappiamo).

    Pensavo però, scrivendo questa poesia, più che alla sofferenza che si subisce, a quella che a volte si infligge agli altri, magari per distrazione – o per ricavare un proprio vantaggio. Era questo il punto della contraddizione o dell’ironia, pensando al buon Leibniz:-))

    • Brian ha detto:

      pensavo anch’io – nella sofferenza morale – a una conseguenza inevitabile dell’empatia, che è invece è utile alla specie. Va anche detto che il “cinicone” tende inevitabilmente a farsi dei nemici, il che in ottica di sopravvivenza porta l’individuo cinico a essere poco supportato dal “branco”. Dovremmo scrivere un libro di etologia morale.

  6. anna setari ha detto:

    Pensavo anche al piccolo saggio, bellissimo, di David Foster Wallace “Considera l’aragosta”.

  7. Giovanni Monastteri ha detto:

    Va beh, la monade me la spiegherai dopo. Il mio ragionamento, Anna, si riferiva esclusivamente alla sofferenza morale, come la chiamate, a quella sofferenza sterile, di cui soltanto gli uomini sono capaci, che non serve a preservare se stessi o la specie ma anzi è distruttiva. Perché l’homo sapiens debba essere affetto da tale perversione, non sappiamo. Di fatto è così, come talvolta sostengono anche i poeti: chi più sa, più piange. Forse i bruti, o le bestie, se la passano meglio. O forse, direbbe Leopardi, a tutti i viventi, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dí natale (non so se fa proprio così, vado a memoria

    • anna setari ha detto:

      Giovanni, prima mi pareva che dicessi che la sofferenza (morale) è cosa precipuamente umana e collegata a un anelito alla perfezione. Ora dici che è sterile e addirittura una perversione… E poi che chi più sa più piange.
      Mah! forse la notte non è il momento migliore per queste disquisizioni;-))

      Io non credo sia una “perversione” (rispetto a cosa?). A volte può essere una malattia, che è diverso. Certe malattie psichiche procurano grande sofferenza (spesso sottovalutata o derisa dai sani).
      Per lo più tuttavia è una reazione a eventi che danneggiano e dai quali ci si sente impoveriti o violentati.
      In generale non mi pare sostenibile, inoltre, che chi più sa più piange. Spesso accade il contrario: chi più sa, spesso ha anche migliori risorse per risollevarsi, per elaborare il lutto, per uscire da una troppo ristretta visione tutta centrata su se stesso.

  8. Brian ha detto:

    Abasso l’acaccia e l’asofferenza e viva lamore, direbbe il brianzolo ex-orologiaio molleggiato.

  9. Tony ha detto:

    Se le piante la piantassero di far filosofia magari crescerebbero meglio….
    :-)

  10. ecco, adesso mi sento un po’ confusa e non so più se innaffiare Leibniz per ‘rinfrescarlo’ o se riservare lo stesso trattamento al povero viburnum carlesii che sta suicidandosi nel migliore dei mo(n)di possibili…
    :)
    saluti e saluti.
    zena

  11. robertomeister ha detto:

    Che senso ha la sofferenza… bella domanda! Non so perchè, mi è venuto in mente il mio caro Goethe quando dice: ” la natura, quando non vuole, parla alto e chiaro.” Mah… stimolato dalle vostre parole vado a dare da bere alle mie piante… che non abbiano a soffrire.
    Grazie

    roberto

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