un augurio

Oh, vorrei ora quell’energia vitale
quel corpo sano, forte,
del tempo in cui io e tuo padre,
grandi amici, insieme facevamo
le prime prove in armi. Poi su entrambi
calò la rapina malefica degli anni,
a consumarci a metterci fuori uso.
Mi fa bene, m’è di grande sollievo
parlare di tuo padre. In giovinezza…
Ah, come vorrei essere con lui!
Diceva – mi pare di sentirlo ancora:
le sue parole s’innestavano in cuore,
vi crescevano dentro per dar frutto –
“Ch’io possa non vivere più” – soleva
iniziare così nella malinconia
di un qualche smacco, lieve –
“Ch’io possa non vivere più” – diceva –
“dopo che manchi l’olio alla mia fiamma;
ch’io non sia un mozzicone fumigoso
dinnanzi ai giovani, il cui spirito
mobile disdegna quanto non appaia
del tutto nuovo…” Questo si augurava –
ed io, seguendo lui, mi auguro adesso.
Se più non so portare miele o cera,
ch’io sia presto tolto all’alveare
lasciando alle api operaie un po’ di spazio.

(Shakespeare: Tutto è bene ciò che finisce bene, Atto I,2)

15 thoughts on “un augurio

  1. orofiorentino ha detto:

    Come non amare questo scrittore Immenso. bellissimo post

  2. Giovanni Monasteri ha detto:

    Sarà che presti la tua voce al Bardo, come traduttrice, ma per un attimo ho pensato che fosse una tua poesia…

  3. maria monasteri ha detto:

    Finalmente Anna, ti ho trovata, Lo spazio che si occupa è legittimo fino a quando si hanno da dire cose che arricchiscono il mondo. Un abbraccio a presto.

  4. Sicilia ha detto:

    La mia nonna ai 96 anni, pochi mesi prima di morire, mi raccontava ancora che ogni notte si andava a letto pensando, domani presto andrò in piazza, comprerò pesce fresco, mi cucinerò un poco, farò una passeggiata, leggerò il giornale, il cielo sarà azzurro. Mi diceva che aveva gli stessi desideri che quando era ragazza, identici, come se avessi 20 anni e i desideri non si logorassero, nonostante aversi dovuto ingoiare terrorifici rospi. Poi la mattina non aveva forze per sostenere quei desideri, non il suo corpo stanchissimo. Sono una tigre, mi diceva, prigioniera in una gabbia. Poi quando calava la sera ritornava il desiderio, domani andrò in piazza, pensava, il cielo sarà azzurro.
    Alcune persone non perdono mai la fiamma, anzi da morti continuano illuminando perfino a gente come me.
    Pensai anch’io che eri Shakespeare:)

    • anna setari ha detto:

      Parlando di persone sane, la differenza tra essere vecchi e essere giovani non sta certo nei desideri. Sta nel corpo, che per i giovani non è che uno strumento per realizzarli (domani esco, compro il pesce ecc. diventa con naturalezza gesto reale: le gambe portano leggere verso il mercato), mentre per i vecchi è un ostacolo (il corpo non consente di scendere con passo leggero le scale, raggiungere la piazza nell’arietta azzurra del mattino,comprare il pesce ecc., ma già solo raggiungere la poltrona è un’avventura).
      Accettare questa prigionia e impedimento con buon animo o invece deprimersi o infuriarsi ecc., questo dipende dal carattere, dalle persone che stanno intorno e da altre variabili. Però la vecchiaia è spesso una prigionia – e questo andrebbe tenuto presente da chi ne parla con leggerezza.

      L’olio e la fiamma di cui parla qui il personaggio shakespeariano io tuttavia lo metto in relazione, più che all’energia fisica del corpo in generale, alla vitalità del cervello: nemmeno io vorrei continuare a vivere qualora non dovessi più ragionare bene e la mia mente si spegnesse smoccolando nel suo fumo.

  5. Sicilia ha detto:

    ma la vitalità del cervello l’alimenta il desiderio. E poi non ragionare troppo è meglio, il sogno della ragione fa mostri.

  6. anna setari ha detto:

    Esiste anche la degenerazione dei tessuti cerebrali…

  7. dice Anna :”la differenza tra essere vecchi e essere giovani non sta certo nei desideri. Sta nel corpo, che per i giovani non è che uno strumento per realizzarli”. Mi chiedo se non sia importante riflettere su come sia meglio adattarsi alla prigionia del corpo. Con le naturali differenze individuali. Io, per esempio, ho trattato i desideri che per me non sono realizzabili a guisa di sogni, sogni che hanno importanza nella mia vita mentale, ma che la arricchiscono anche per il loro status di irrealtà. Cioè fra desideri realizzabili (adesso mi alzo e mi faccio un caffè) e irrealizzabili (adesso esco e vado a pattinare sul fiume gelato) c’è lo stesso scarto di me che mi pettino allo specchio per essere carina, e di me che ammira una donna vista in televisione. Insomma, certi desideri – che pure coltivo, non mi spaventano – diventano fiction.

  8. anna setari ha detto:

    Ognuno si adatta come può e sa. Non è questo il punto.

    Quello di cui occorre tener conto è che esiste una differenza tra gioventù e vecchiaia, e negarla è semplicemente ridicolo.

    • valentina.durso@unipd.it ha detto:

      Ma ti sembra che io neghi la differenza fra gioventù e vecchiaia? anzi, credo che il challenge dell’età che avanza e della persona che indietreggia sia mostruoso e crudele. Ma bisogna arretrare il fronte, dei desideri grandi e anche di quelli piccoli. Ma come si arretra il fronte, magari rifugiandosi e acquattandosi nelle tane della mente? Io non ho una ricetta, ma ho una pratica di modificazione di me stessa, o meglio: di mortificazione di me stessa. Che è – in molti casi e momenti della vita – accettata con una certa dose di fatalismo. Niente di trionfale, that is that.

  9. anna setari ha detto:

    Sì, lo so che tu non la neghi quella lapalissiana differenza, Valentina. Nel rispondere avevo in mente una specie di coro negativo (o negazionista?). Rispondevo, non so perché*, a quello. Rispondevo in fondo a una giovane carina e gentile che mi aveva detto l’altro giorno: “Le che è giovane, signora…” E io avevo ritenuto di doverle spiegare quale fosse la differenza tra una persona giovane davvero e una “giovane” come me.
    __________________________
    *Fra le altre caratteristiche della vecchiaia mettiamoci anche quella di prendere fischi per fiaschi:-(

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