Ho imparato a parlare in una lingua
che non fu mai carne da succhiare,
lingua da libri di lettura,
ufficiale lingua di padri –
non quella meridionale della voce
di mio padre, resa flebile dagli anni,
in diverbio con il bianco accento
di mia madre, che non so ricordare.

Istruiva mia madre in lingua chiara
il processo del fare quotidiano,
oppure in certe domeniche di giugno,
a Vigodarzere sull’argine del fiume
o a Fusina aspettando il traghetto,
ci spiegava la formazione delle nuvole,
le rifrazioni dell’arcobaleno,
o nell’inverno lavorando a maglia,
persino, una volta, gli effetti
tossici del gas di cucina.

E nemmeno ho imparato l’altra lingua,
quella della stalla di Bastia,
o delle venditrici di erbe e di uova
nelle Piazze, la lingua dei ragazzi
nelle strade e nelle aree parrocchiali
di questa città, che insisto a guardare
da una gabbia sospesa
su qualche alta e stretta terrazzina.

Ho parlato in una lingua spenta,
ne ho cercato la carne entro la carta
carezzandola col bordo della mano
davanti ai tramonti, sulla scrivania
vecchia di mio padre, intrecciando
il filo odoroso degli inchiostri
come quello lucente di capelli,
la penna tra le dita – senza un perno.

Credevo potesse questa lingua
essere via per arrivare al centro
e uscire poi dal labirinto,
nella vita, scampando al minotauro.
Ma non era in fondo che la greca
sul tappeto di un atrio,
che ritorna sempre su se stessa:
l’area neutra degli ospiti
la stanza degli apolidi, estranei
allo splendore nero del suo cuore.

13 thoughts on “

  1. Flounder ha detto:

    l’ultima strofa è di una bellezza straziante

  2. toporififi ha detto:

    Questo passaggio tra marzo e aprile
    lo ricorderò, per certe poesie e racconti
    Oggi la giornata era bella la luce amplificava il fiume allagava i murazzi
    la primavera spinge e canta tra i rovesci
    degli apolidi miei fratelli

  3. arden ha detto:

    Mario, oh che piacere mi fa questo saluto che mi hai lasciato:-)))
    Anche qui ieri pomeriggio si è vista un po’ di luce e la notte poi, negli squarci del cielo più bui, c’erano anche due o tre stelle.

    Flounder, ti ringrazio. È una poesia che meriterebbe però di essere ancora rivista.

  4. proteus2000 ha detto:

    E’ una poesia importante. Riflettere sulla propria lingua, per chi scrive, porta a indagare le ragioni stesse della proporia scrittura, e questa indagine è una ricerca di una via per uscire dal labirinto (non solo della scrittura). Io credo che proprio il fatto di non possedere una lingua (o un’unica lingua) può rendere evoluto il linguaggio. E il tuo linguaggio poetico è molto, molto evouto. E’ un linguaggio in grado di vincere la sfida al labirinto. Ho in mente un saggio di Calvino, intitolato appunto “sfida al labirinto”. La sfida è resa possibile, e tu riesci a vincerla, proprio grazie al fatto che la lingua in cui scrivi non è carne della tua carne, non è il labirinto stesso. La tua poesia, grazie a dio, non è tutt’uno col labirinto. E’ una lingua lucida e esatta, un valido filo d’Arianna. Ma è anche attenta, sensibile, come deve essere una lingua poetica. Sa ascoltare, accogliere, registrare, rendere udibili tutte le voci del cuore. E proprio per questo non si ferma sulla soglia, non è la stanza degli ospiti. Non lo è soprattutto per il lettore, che riesce sempre a seguire il filo, non si perde, anzi si ritrova, si riconosce nella tua scrittura, e infine si sente a casa propria, in sintonia e in stupefacente intimità con chi scrive.

  5. arden ha detto:

    È un trattato questo tuo lusinghiero commento, Proteus! Ti ringrazio molto, ma per rispondere davvero, dovrei sbrogliarmi da questi fili che si sono troppo annodati e ingarbugliati a furia di andare su e giù in questa anticamera:-)

  6. proteus2000 ha detto:

    I tuoi fili non saranno mai ingarbugliati, AriAnna.
    Mi piace come hai modificato la prima strofa. Ora si capisce meglio quell‘opposizione di voci.

  7. proteus2000 ha detto:

    Dovrei chiarire meglio il concetto. La differenza tra chi possiede una lingua e chi ne è posseduto, tra chi non riesce a uscire dal grembo della lingua madre e chi invece è nato e se la gode navigando nell’oceano del linguaggio… La differenza io la conosco bene, perché nuoto ancora nell’amnio opaco e vischioso della lingua madre e padre, nel mio gallo-italico che è l’unica lingua che davvero conosco e in cui non sono mai riuscito a scrivere…
    Non è ancora chiaro ciò che vorrei riuscire a dire, ma sono certo che tu mi capisci.

  8. arden ha detto:

    Potresti dirlo in poesia, io credo.

  9. brianzolitudine ha detto:

    Una struggente sinfonia dedicata alla non-lingua alla quale siamo stati cresciuti, abituati a confrontarci, potati, sfrondati e maturati a dovere.

    Una non-lingua che amo, un dialetto come tanti altri, che il don lisander della mia terra distillò e titillò. Quante cose avremmo potuto dire, nelle altre lingue che avremmo potuto parlare? Abbiamo forse perso qualcosa, in questo scambio? A volte, quando vedo il frutto ultimo di questo scambio, questa nostra non-lingua televisiva di oggi, mi cadono le braccia. Sarà che invecchiando mi faccio sempre più pasoliniano…

  10. anonimo ha detto:

    Bellissima. Mi sono permessa di riportarla sul mio blog, citando ovviamente l’autrice. Spero tu non ti offenda per questo, in fondo è un po’ come copiare sul diario una poesia perchè ci piace. Però dimmi se non ti va e la tolgo subito. Ciao, buone cose.

  11. arden ha detto:

    Non può che farmi piacere:-) Ti ringrazio molto.

    Brian, avrei voluto rispondere qualche cosa di sensato alle tue osservazioni, ma sono giorni un poco insensati questi, e non so aggiungere nulla.

    Intanto faccio i miei auguri a tutti, rivestiti in tinta affettuosa di speranza.

  12. brianzolitudine ha detto:

    Spes ultima dea. Ma è una dea che ha abbastanza p@lle per cambiare il mondo. Buona Pasqua, carissima.

  13. aitan ha detto:

    E’ una poesia bellissima, intensa, da antologia.
    Grazie di condividerla.

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