Tra frase e frase, mentre leggo un libro,
o meglio correggo una lettura registrata
per i ciechi – e stranamente
vi si parla di sordi e di quei figli
che, pure udendo, sognano, viene detto,
nella lingua dei segni, delle madri –
mentre leggo, dicevo, nelle pause
degli accapo, come dalle fessure
d’un ponte infinito dei sospiri,
mi ferisce il senso di un altro luogo,
in rapide folate, col barbaglio
di una diversa ariosità, l’odore
fresco delle foglie smosse da un vento
che asciuga asfalti quasi azzurri a sera
– e mi pare di essere sul punto,
che potrei facilmente essere là,
e ritrovare il passo dei trent’anni –
l’età dell’amore – o di mio figlio.
Ma non mi vede la città accecata
nella sua luce – non mi riconosce,
si sottrae, si svincola, trascorre
entro il muto svariare del suo sogno.

6 thoughts on “

  1. unovalelaltro ha detto:

    secondo me tu scrivi ad occhi chiusi

  2. arden ha detto:

    ….dev’essere per quello che poi inciampo:-)

  3. unovalelaltro ha detto:

    nelle pause degli accapo?

  4. proteus2000 ha detto:

    Troppe subordinate, fino al decimo verso, dove finalmente inizia la poesia.

  5. proteus2000 ha detto:

    Troppe subordinate, fino al decimo verso, dove finalmente inizia il discorso.

  6. arden ha detto:

    Io m’ero illusa che cominciasse più o meno dall’ottavo… beh, meglio tardi che mai;-)

    (Ma ora vedo che, accipicchia, ci hai ripensato e mi dici che proprio non c’è, la poesia: c’è solo un discorso).

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