Dopo una vita, più di settant’anni,
eccoli alle spalle infine,
poveri genitori, simili ora
a personaggi di racconti antichi:
figure piane, da arte bizantina
o egizia – in parte un po’ animali –
lievi a guardarsi, familiari e estranei,
spogli della dimensione della pena.

 

Passano muti
scivolando dentro il buio
i barconi notturni arsi di pena
carichi di stanchezza, allucinati
di speranza.

Poi dalla vastità bruna di pioggia
nel silenzio
approdano i miei morti –
i vivi degli anni Settanta,
ignari delle lente derive
e dei naufragi.

In questo bel sole camminando
lascio che mi corrano davanti
i pensieri liberi vagando.
Li seguo senza coglierli nel passo,
a distanza li guardo scomparire
e riapparire tra la luce e l’ombra.
Intanto non c’è che respirare
e lasciarsi, negli occhi, nella pelle,
penetrare da questo splendore
indifferente, quest’incanto.

Quanto lontana pare la più vicina
tabaccheria, o l’ufficio postale
al passo di recente lento e incerto
di chi è inciampato nella vecchiaia
tutt’a un tratto, camminando
nel bel sole autunnale! Lontana
quanto la primavera per le invisibili
gemme sui rami neri, tremanti
rinsecchiti – quanto lente ancora
nel crescere e sbocciare.
Tra due mesi – che paiono due anni.

Pare quasi inverno quest’inverno.
I ciclamini tremano dal freddo –
stasera li ritiro dal davanzale.
Per troppo tempo azzurro,
il cielo oggi è una mousse di grigi
che si addensa nel rame del tramonto.
Col buio, prima dell’alba,
si prevede che scenderà la neve.