niente

Urla a mezzanotte dalla strada:
nel silenzio la voce ubriaca
d’uno che ripeteva la sua ingiuria,
sempre la stessa, a un’ombra,
ad un fantasma: No te si niente!
Niente! Diese ani fa te geri,
ma no ti xe più niente! Cojone!
E via daccapo, senza variazioni,
sempre più furioso e esasperato,
sempre più impotente,
ché quel niente niente rispondeva.

scoperte

Quando, un giorno qualunque,
m’appare di sorpresa al finestrino,
grande e lucente, benché sia
soltanto nel suo primo quarto,
Ancora c’è la luna! mi dico,
come fosse una scoperta.
Finché c’è lei nel giro dei miei occhi,
ci sono anch’io per ora sulla terra.

dieta

Solo le ordinate stagioni,
i puntuali ritorni della luna
e il sempre vario nostro terreno
cielo, i pochi liberi animali,
le piante fedeli, i visi cari,
e gli intimi colloqui con i libri:
questo il necessario cibo quotidiano.
Il resto va preso con cautela,
in dosi minime,
come un inevitabile veleno.

intervallo

Ed eccolo, il sole bello dell’inizio
di settembre: somiglia
alla dolcezza che succede all’ansia
dei primi segnali di vecchiaia,
quando non tutto appare
perduto della buona stagione,
finché ancora un poco dura,
e andiamo per le vie quasi col passo
dei cari giorni luminosi,
riconoscendo grate alle vetrine
un’immagine che ancora non spaura.

mesi dell’estate

Solo di Luglio ci si può fidare,
cuore rovente della bella estate,
caro agli dei, che l’hanno reso indenne
da malinconie crepuscolari,
mese d’oro, fulgido e immortale,
giovane sempre.
Agosto mai resiste fino in fondo,
si arrende presto in pianto alla sua fine,
e ci abbandona, in un amaro
preludio del dolce Settembre,
che verrà poi a darci il suo consolo.

smemoratezze

Affondavano i tacchi nell’asfalto
nelle estati di quando ero ragazza.
Ora le scarpe in uso son diverse
e, anche nelle giornate piu roventi,
i passi non lasciano più impronte.
Come nella memoria poco resta
delle antiche calure senza tregua
persino nelle notti, sofferte
anche dai vecchi stoicamente
senza condizionatori né lamenti.
Si apprezzava la debole frescura
delle secchiate d’acqua sparse
a pioggia davanti alle botteghe
sotto l’ombra dei portici,
per fingere un po’ di refrigerio,
o si godeva al passaggio per le vie
delle innaffiatrici comunali,
a festoso lavaggio dei selciati,
dei bambini e dei cani di strada.
Ma il caldo forse è come l’amore,
che fa soffrire solo nel presente.

un quadro

Parlano i talebani in conferenza,
e pare un dipinto d’altro secolo:
gli apostoli disposti dietro il tavolo
a evocare fratellanza religiosa,
o un consesso di satrapi, rivisto
in stile seicentesco, con i biblici
turbanti e palandrane e barbe.
Al centro della tela un dignitario
di qualche Erode o Sardanapalo,
tra un pallido e magro fariseo
devoto alle leggi del suo Dio,
e un anonimo scriba silenzioso.
Un’aria di esotico passato,
un innocuo Oriente da museo –
non fosse per i kalashnikov
posati tra le quinte nello sfondo.

la mano, il nome e il futuro

Non aveva del mondo alto concetto,
né di se stesso forse, il mio poeta,
e in specie dei testi suoi teatrali,
che riteneva impuri e transitori
come il suo passaggio sulla terra
e l’ambigua popolarità del nome –
come l’amore stesso, che non dura
più di ogni altra forma della vita
e che, se pur fissato in versi di poesia,
si perde poi nel tempo con la carta
e i marmi e le eccelse cattedrali.

Non si aspettava molto dal futuro.
Che, dopo tanto, ancora si continui
a parlare di lui e che in tante bocche
ancora risuonino i suoi versi,
o che li si traduca con amore
in cento lingue estranee,
forse talvolta lo ha sognato,
ma senza soffermarsi sul pensiero,
ché il futuro non è per chi sia morto.

(Sia nella luce dell’empireo
che nel nulla di un sonno infinito
senza sogni né albe di risveglio,
nessun rilievo avrebbe più il brusio
di quel remoto puntolino oscuro
sulla cui crosta si trovò a passare.
Quell’immaginazione straordinaria,
che fluiva nei versi che la mano
dava alla luce macchiandosi di inchiostro,
si sarebbe spenta col respiro.)

La poesia. Lei sì, certo ancora un poco
sarebbe durata nei domani
a lui preclusi, come una creatura
che lascia i genitori e va nel mondo,
attraversando i giorni di un futuro
a loro ignoto, del padre non recando
che le poche sillabe del nome.
E persino quel nome, poi, nel tempo,
estinta ogni traccia dell’impronta
e della forma viva della mano,
sarebbe apparso infine un’etichetta,
o come per Omero convenzione.

Meglio per un autore scomparire,
negare al mondo l’autobiografia
della sua povera persona
che mal si accorda e malamente spiega
la stupefacente fioritura
di quella pianta alta, vertiginosa,
cresciuta dalla semente rara
affidata per grazia alla sua mano.

La mano e il nome

Non piangere per me quand’io sia morto
più di quanto rintocchi la campana
che avvisa che dal mondo vile sono evaso
per stare con i vermi ancor più vili.
Anzi, se leggi questi versi, non ricordare
la mano che li scrisse: a tal punto io ti amo
che tra i cari tuoi pensieri vorrei non aver posto,
se pensare a me allora ti desse dolore.
Oh, se il tuo sguardo mai su questi versi cada
quando sarò forse alla polvere già misto,
non pronunciarlo neanche il mio povero nome,
ma fa che il tuo amore con la vita mia si spenga.
Che non frughi nella tua mestizia il mondo accorto,
e non ti associ nello scherno a me, ormai morto.

SHAKESPEARE, sonetto 71

senza fretta

Poveri piedi miei, che combinate?
Vi son venuta a tale punto a noia
che non volete darmi il vostro appoggio?
Eravate un tempo così lievi
che quasi avrei detto aveste le ali
e ignoto vi fosse l’esser stanchi.
Adesso ogni mio passo vi par troppo
e – voi che correvate anche sui sassi –
dalle scale scendete titubanti
recalcitrando come foste in ceppi,
e inciampate persino sull’asfalto.
Siete ormai quasi sempre doloranti,
e spetta a me darvi ora sostegno
con carezze massaggi e dolci unguenti
– e compatirvi, cari miei compagni,
se vi piace sostare e prender tempo.
Per la meta non c’è alcuna fretta.