versi

Domenica di maggio tutta versi
tra le foglie lucide e brillanti
di giovinezza e di pioggia notturna.
Mi piacerebbe – ah, sì, vorrei –
non so cosa vorrei – forse andare
col passo di una volta lungo il fiume
o in visita ai roseti sulle mura.
Ma niente bus in giorni come questo.
Resterò nel quartiere,
a misurare i versi ai giardinetti
dove a quest’ora non s’incontra un cane
e dove ormai è spigata l’erba matta.

domande

Da quale potenza ricevi tu questo tremendo potere
di governare il mio cuore con la tua pochezza,
di farmi contraddire la mia vista veritiera
e giurare che non è la luce a fare bello il giorno?
Da dove ti viene questo trarre grazia dalle brutture
tanto che persino nella feccia delle tue azioni
c’è una tale forza e una tale sicura maestria
che in mente mia il tuo peggio supera ogni meglio?
Chi ti ha insegnato a far sì che io tanto più ti ami
quanto più sento e vedo motivi per odiarti?
Ah, benché io ami ciò che gli altri spregiano,
tu non dovresti con loro spregiare il mio stato.
Se la tua assenza di merito ha destato in me amore,
tanto più merito io di venire da te amato.

(Shakespeare. 150)

…allora

Povera anima, centro della mia terra in peccato,
(prigioniera) di queste potenze ribelli che ti circondano,
perché langui all’interno e fai la fame
mentre all’esterno dai ai muri tinte così sfarzose?
Perché, avendo un affitto a brevissima scadenza,
spendi tanto per la tua labile dimora?
Saranno i vermi, gli eredi di questo dispendio,
a mangiarsi il tuo? Questa la fine del tuo corpo?
E vivi dunque, anima, sulle privazioni del tuo servo
e che sia lui a languire per arricchirti;
acquista scadenze divine vendendo ore di scorie;
l’interno sia nutrito, e l’esterno non più ricco.
Così ti nutrirai della Morte, che si nutre di uomini,
e morta che sia la Morte, non c’è più il morire, allora.

(Shake. 146)

gazzarra

Tra le foglie dei tigli gran gazzarra
di merli e di gazze stamattina.
Io stavo con i merli, e alla finestra
ne accompagnavo i battiti di allarme
con i miei delle mani. Tutto invano,
ché rauche e feroci e strepitanti
le rissose portavano scompiglio
tra il fogliame – e fuggivano i merli
a posarsi sul tasso del cancello.
Ma più avanti, avanzando la mattina,
quelle brutte, attaccandosi fra loro,
sparirono sgraziate tra i palazzi
– e quando son tornata dal mercato
il mio merlo cantava sulla cima.

sessantadue

Amore per me stesso è il mio peccato
e mi possiede l’occhio e l’anima e ogni fibra;
né per tale peccato c’è rimedio
tanto nel cuore a fondo è radicato.

Per me non c’è viso leggiadro quanto il mio,
né figura così schietta e di tale rilevanza,
e il mio pregio misuro io da me solo,
ché tutti gli altri vinco in ogni pregio.

Ma quando lo specchio mi mostra quale sono,
sbattuto, tutto crepe, brunito da vecchiaia,
l’amore di me stesso leggo io all’inverso –
sarebbe iniquo un io che tanto si ami:

sei tu, me stesso, che io lodo al posto mio,
dipingendo la mia età con la bellezza dei tuoi giorni.

(Shakespeare, son.62)