Quando il cielo si guasta e si rabbuia
o la sera stinge nel suo inchiostro
la grafia del mondo e delle cose,
anche i pensieri assorbono quel cupo,
e van vagando senza più un oriente,
ombre impaurite delle proprie ombre
- e crederei di non avere scampo,
mi perderei anch’io dentro quel buio -
non fosse che, tornando alla scrittura,
si riduce lo scuro in un suo canto,
diventa un puntolino, un lieve neo,
il volo innocente di una mosca
- di cui la musa, che ne ha viste tante,
sorride silenziosa alle mie spalle.
poesia salvifica
… tentare di scrivere dovrebbe servire a molcere la musa e a rabbonirla: chissà che infine non esca dal silenzio.
Non solo la musa ne ha viste tante, ma anche i nostri musi, così sconosciuti talvolta nello specchio.
La scrittura, la propria scrittura, può essere quel punto su cui fare leva per sollevare il mondo. Ma chi se ne frega di sollevare il mondo? Spero che a me basti la lettura come appoggio per alzarsi la mattina. (Leggere romanzi a letto la mattina? Lo faccio talvolta, e lo considero un lusso così spudorato che per giustificarmi faccio finta di avere un po’ di influenza)
Ah, Valentina, conquistare la libertà di leggere a letto la mattina è un obiettivo ancora fuori dalla mia portata e dai miei trucchi. Come – con altre motivazioni – diceva un partenopeo, “è meglio ‘o divano”. E persino quello mi pare un gran lusso colpevole…
(I trucchi li riservo al muso sconosciuto nello specchio;-))
Incipit baudelaireiano…
Quando basso e pesante il cielo grava
Come un coperchio al gemebondo spirito
Preda di lunghe accidie, e a noi, abbracciando
Tutto il cerchio dell’orizzonte, versa
Un buio lume, più triste che notte;
Quando la terra si trasforma in umido
Carcere dove la Speranza, come
Un pipistrello, se ne va sbattendo
Contro i muri la sua timida ala,
Urtando il capo a putridi soffitti;
Quando la pioggia, stendendo le sue
Immense strisce, imita le sbarre
D’una vasta prigione, e un muto popolo
Di ragni infami al fondo del cervello
Viene a tenderci le sue reti, – a un tratto
Campane erompono furiose e lanciano
Verso il cielo uno spaventoso urlo,
Come spiriti erranti e senza patria
Che diano in gemiti, ostinatamente.
E dei lunghi, funerei cortei
Vanno sfilando nell’anima mia
Senza tamburi né musica, lenti.
È in lacrime, ormai vinta, la Speranza;
L’atroce Angoscia mi pianta, dispotica,
Sul cranio chino il suo vessillo nero
….meglio la mia;-P
Nella tua c’e’ una sconcertante assenza di assenzio…
Fuoco verde per tutti!!!! ;-)
preferisco il rosso…