Oh, vorrei ora quell’energia vitale
quel corpo sano, forte,
del tempo in cui io e tuo padre,
grandi amici, insieme facevamo
le prime prove in armi. Poi su entrambi
calò la rapina malefica degli anni,
a consumarci a metterci fuori uso.
Mi fa bene, m’è di grande sollievo
parlare di tuo padre. In giovinezza…
Ah, come vorrei essere con lui!
Diceva – mi pare di sentirlo ancora:
le sue parole s’innestavano in cuore,
vi crescevano dentro per dar frutto -
“Ch’io possa non vivere più” – soleva
iniziare così nella malinconia
di un qualche smacco, lieve -
“Ch’io possa non vivere più” – diceva -
“dopo che manchi l’olio alla mia fiamma;
ch’io non sia un mozzicone fumigoso
dinnanzi ai giovani, il cui spirito
mobile disdegna quanto non appaia
del tutto nuovo…” Questo si augurava -
ed io, seguendo lui, mi auguro adesso.
Se più non so portare miele o cera,
ch’io sia presto tolto all’alveare
lasciando alle api operaie un po’ di spazio.
(Shakespeare: Tutto è bene ciò che finisce bene, Atto I,2)