un augurio

Oh, vorrei ora quell’energia vitale
quel corpo sano, forte,
del tempo in cui io e tuo padre,
grandi amici, insieme facevamo
le prime prove in armi. Poi su entrambi
calò la rapina malefica degli anni,
a consumarci a metterci fuori uso.
Mi fa bene, m’è di grande sollievo
parlare di tuo padre. In giovinezza…
Ah, come vorrei essere con lui!
Diceva – mi pare di sentirlo ancora:
le sue parole s’innestavano in cuore,
vi crescevano dentro per dar frutto -
“Ch’io possa non vivere più” – soleva
iniziare così nella malinconia
di un qualche smacco, lieve -
“Ch’io possa non vivere più” – diceva -
“dopo che manchi l’olio alla mia fiamma;
ch’io non sia un mozzicone fumigoso
dinnanzi ai giovani, il cui spirito
mobile disdegna quanto non appaia
del tutto nuovo…” Questo si augurava -
ed io, seguendo lui, mi auguro adesso.
Se più non so portare miele o cera,
ch’io sia presto tolto all’alveare
lasciando alle api operaie un po’ di spazio.

(Shakespeare: Tutto è bene ciò che finisce bene, Atto I,2)

Da un sogno felice e molto arioso -
una grande voliera, tra il fogliame
delle ante dipinte dell’armadio -
mi ha svegliata una lama troppo bianca
che forava di luce le persiane:
non la luna, no, e nemmeno il sole,
ma solo neve, scarsa e stropicciata,
in compagnia di un vento strascicone,
male in arnese, ombroso, squinternato,
senza apparente voglia di far bene.

In questa retrovia dei grandi eventi
niente lupi o regine delle nevi.
La vita è una pianura senza picchi,
memoria di qualcosa che dilegua,
un’avventura che ci lascia indietro,
un racconto già vecchio sui giornali.

S’è spezzato stanotte il cellulare
e dopo poco anche il MacBook Pro.
Riaccostati i pezzi e stretti bene
con dita giovanili da ragazza
per mezzo dello spago per gli arrosti
(nemmeno in sogno trovo mai lo scotch)
riprendevano a tratti a funzionare
- ma tra rauchi singhiozzi, con affanno.

Non so dire se sia premonitore
questo sogno rispetto alla mia sorte,
quella fisica o magari l’interiore.
Certo parla di cose un po’ angosciose,
e mi sovviene, pensandoci da sveglia
- mentre fiocca la neve puntualmente
verificando esatte previsioni -
che quegli aggeggi sono fatti in Cina,
dove costa pochissimo il lavoro -
e nel mercato che chiamiamo mondo,
non hanno importanza o gran valore
i sogni spezzati e anche le vite
delle ragazze dentro i capannoni
e ci si infischia della loro sorte.

(in attesa che la musa esca dal letargo)

Per toglierci quel senso di disagio
che coglie chi la scampa e passa indenne
da cupezze annunciate, e se ne allarma,
l’inverno ci fa un po’ rabbrividire
con l’usuale suo freddo e, nientemeno,
addirittura – udite! – con la neve.

“Non s’era visto mai!” qui senti dire,
non solo ai giovinetti, anche agli anziani,
immemori di quando hanno esclamato
“Non sono più gli inverni d’una volta!”
narrando come ai tempi dell’infanzia
pattinavano sui fossi raggelati,
ripetendo in questo nonni e padri.

Ma, in mancanza di telegiornali,
allora neve e gelo di febbraio
non erano per nulla uno stupore,
né li si strillava siberiani
nei titoloni in testa ai quotidiani
- e i treni benché antichi e primitivi
non restavano fermi per sette ore,
né passava a nessuno per la mente
di chiudere sia scuole che musei
e i pubblici uffici e i cimiteri.
Era semplicemente la stagione -
e le maestre delle elementari
insegnavano ai bimbi coi geloni
l’arcano attribuito ai contadini:
che c’era il pane là sotto la neve.

i poeti non muoiono

Ringraziamento

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” -
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Wislawa Szymborska
(da “Gente sul ponte”, in Vista con un granello di sabbia, a cura di P.Marchesani, Adelphi 1998)

per la musa

Quando il cielo si guasta e si rabbuia
o la sera stinge nel suo inchiostro
la grafia del mondo e delle cose,
anche i pensieri assorbono quel cupo,

e van vagando senza più un oriente,
ombre impaurite delle proprie ombre
- e crederei di non avere scampo,
mi perderei anch’io dentro quel buio -

non fosse che, tornando alla scrittura,
si riduce lo scuro in un suo canto,
diventa un puntolino, un lieve neo,

il volo innocente di una mosca
- di cui la musa, che ne ha viste tante,
sorride silenziosa alle mie spalle.

Trascorre la volta celestiale
lungo i gradi cinerei del pallore
scivolando lenta verso il rosa.
L’attraversa la lunga scia sottile
d’un aereo che punta ad occidente -

Pur nelle sue varianti, mai non muta
questo consueto andarsene del giorno,
che tornando a ripetersi puntuale
fa più grande negli anni la distanza
con le altre presenze transitorie -

Già si allarga la soffice traiettoria,
si disfa, si confonde con la nebbia
nell’ultimo riverbero di fuoco:
sfuma, come il profilo della terra
che rapido svanisce nella bruma –

Lo annoto nel silenzio della stanza,
a futura e brevissima memoria.

Se né bronzo né roccia, né la terra o il mare sconfinato
hanno tal possa che non sia da morte trista soverchiata,
quale difesa opporrà a questa furia la bellezza
che nell’azione è forte men di un fiore?
Oh, come può il dolce alito d’estate durare
contro il battere dei giorni che l’assedia,
se persino le imprendibili rocche
e le porte d’acciaio consuma il Tempo?
Oh pensiero tremendo! Ahi, dove può nascondersi il gioiello
più raro per sfuggire al forziere del Tempo che lo serra?
Che mano avrà mai forza di frenare quel rapido suo passo?
Chi potrà mai impedirgli la rapina del bello?
Oh, nessuno, tranne che lo possa questo miracolo:
che nell’inchiostro nero si serbi l’amor mio fulgente e chiaro.

65
Since brass, nor stone, nor earth, nor boundless sea,
But sad mortality o’er-sways their power,
How with this rage shall beauty hold a plea,
Whose action is no stronger than a flower?
O how shall summer’s honey breath hold out
Against the wrackful siege of battering days,
When rocks impregnable are not so stout,
Nor gates of steel so strong, but Time decays?
O fearful meditation! Where, alack,
Shall Time’s best jewel from Time’s chest lie hid?
Or what strong hand can hold his swift foot back?
Or who his spoil of beauty can forbid?
O, none, unless this miracle have might:
That in black ink my love may still shine bright.

una domenica

Due margherite oggi in mezzo al prato
e il profumo del calicanto
nel sole marzolino di gennaio
che ci arrossa le guance col suo bacio.
Il ticchettare in tremito di un picchio
a intervalli discreti, regolari -
e infine nell’azzurro il fresco volo
di un trasparente stormo di campane
che non muove il silenzio
del quieto mezzogiorno sconfinato.

La luna già in procinto di salpare
faticava ieri sera a distaccarsi
dai tetti: rimaneva impigliata
tra cordami e vele in basso cielo
tra le piume degli alberi abbrunati
sopra il buio rappreso dei fondali
- e intanto s’arrossavano le case
di finestre e nell’intrico dei rami
fiorivano i lampioni a segnalare
le distanze tra la terra e il cielo.